L’Incontro Infuocato sul Treno Notturno da Firenze
Ero partita da Firenze con quel treno di notte, il più lento, quello che si ferma ovunque tra le colline toscane. Avevo trentotto anni, un marito noioso che gestiva la drogheria con me, due bambini a casa. Andavo da una zia moribonda in un paesino prima di Roma. L’aria era pesante, afosa, il finestrino socchiuso lasciava entrare un filo di brezza calda, odorosa di terra e pino. Indossavo una robe leggera blu, spalle nude, foulard sui capelli castani. Sola nel compartimento, all’inizio. Poi entrarono loro: una coppia anziana del Chianti, Marcella, sui cinquanta, e lui… un ragazzo nordico, diciotto anni forse, alto, biondo, occhi azzurri, short beige e camicia di lino. ‘Buonasera’, dissi piano, sentendo già un formicolio.
Il treno partì con sobbalzi, i motori rimbombavano. Parlammo, grazie a Marcella che traduceva dal francese. Lui era parigino, interrail, prima volta in Italia. Rise raccontando di aver dormito in treno a Venezia per risparmiare. Io? Claudia, dissi, sorridendo per la prima volta quel giorno. Il marito mi aveva accompagnata in stazione, burbero, senza un bacio. Ora ero libera, lontana da tutto. Mangiammo panini al prosciutto, torta della nonna dolce e burrosa, Chianti rosso che scaldava la pancia. L’alcol sciolse la lingua. Lui mi guardava, discreto, ma sentivo i suoi occhi sul mio décolleté, sui seni pieni che si alzavano col respiro. La nonna si addormentò, Marcella pure. Orvieto arrivò, scesero tutti. Soli, io e lui. Il cuore batteva forte. ‘Quanto resti a Roma?’, chiesi. ‘Se tutte le donne sono come te, per sempre’, rispose, balbettando italiano. Risi, arrossii. L’aria era densa, sudore sul collo, sapore di vino in bocca.
La Tensione che Sale nel Compartimento
Mi tolsi il foulard, i capelli liberi. Lui si sedette di fronte. ‘Sei bellissima’, disse. Provò a baciarmi, mi ritrassi. ‘Sono sposata… troppo vecchia’. Ma dentro bruciavo. Il treno si fermò in campagna, buio pesto. Andai al vagone ristorante, tisana calda. Tornai, abbassai la tendina. Mi sdraiai, gambe piegate, gonna salita. Sentivo il suo sguardo. Mi toccai piano, sotto le mutande di seta, umida già. Lui uscì, tornò. Finsi di dormire. La sua mano sulla mia, poi sul braccio, spalle… tette. I capezzoli duri, fremevo. ‘No…’, sussurrai, ma non mi mossi. Le sue labbra sulle mie, lingua dolce. La sua cazzo già dura nel short, la strinsi. ‘Dio, che grossa’, mormorai.
Lo tirai fuori, venosa, cappella viola. La leccai, sapore salato di sudore. Lui mi spogliò, lingua sul collo, tette… mordicchiò i capezzoli, dolori dolci. Baciò il ventre, l’ombelico. Le mutande bagnate, le annusò. ‘Che fica profumata’, disse. Leccò le cosce interne, pelle sensibile, brividi. Ecartò le labbra, lingua dentro, succhiò il clito. ‘Ah… sì!’, gemetti, unghie nei suoi capelli. Mouillavo come una fontana, il sedile di skay appiccicoso. Volevo la sua cazzo nella fica, ma ‘No bambino!’, dissi, paura. Mi girai, ginocchia sul sedile, culo in aria. Sputai sulla mano, lubrificai il buco stretto. ‘Prendimi qui’. Ecartai le chiappe, ano pulsava.
Il Sesso Esplosivo e Senza Freni
Il suo cazzo premette, grosso, entrò piano. ‘Cazzo, che stretto!’, grugnì. Dolore, poi piacere. Lo pompai col culo, avanti-indietro, lui afferrò i fianchi. La sua mano sul mio clito, dita bagnate. Venni forte, urlo animalesco, sfintere che stringeva la base. Lui esplose dentro, sborra calda che colava. Mi voltai, lo cavalcai. La sua cazzo dura di nuovo, entrò nella fica profonda. ‘Scopami!’, ordinai. Bassino ondulante, tette che rimbalzavano, baci voraci. Venni ancora, tremando. Lo feci sdraiare, lo segai, succhiai il resto. Lo rimontai, colpi potenti, unghie nel culo suo. Sborrò sulla pancia mia, misto ai miei umori.
Dormimmo avvinti, sudati, odore di sesso. Al mattino, lui ancora addormentato, scesi alla mia stazione. Zia mi aspettava. Nessun nome, nessun numero. Solo il ricordo: il suo cazzo nel mio culo, la libertà di quel treno, l’anonimato totale. Lontana da casa, nessuno giudica. Sorrido ancora, mordendo una pesca succosa al mercato.