L’Incontro Selvaggio nel Lounge dell’Aeroporto di Olbia
Ero reduce da una settimana di sole cocente in Sardegna, pelle ancora salata dal mare di Olbia. Il mio volo per Milano ritardava di ore, sudavo sotto l’abito di seta nera che mi accarezzava le curve, aderente quel tanto da far voltare gli uomini. Entro nel lounge VIP, aria fresca della clim che mi gela i capezzoli sotto il reggiseno di pizzo. Sedili in pelle morbida, odore di caffè forte e whiskey. Lui era lì, sulla quarantina, italiano puro, camicia bianca aperta sul petto abbronzato, pantaloni attillati. Occhi scuri, sorriso da predatore. Mi siedo vicina, gambe accavallate, sento il suo sguardo sul mio décolleté.
“Bel posto per aspettare, no?” dice con voce bassa, rauca. Io annuisco, bevo un sorso di prosecco ghiacciato. Parliamo di viaggi, del caldo opprimente dell’isola, della libertà di essere anonimi qui. La sua mano sfiora la mia coscia mentre ride, e io non la sposto. L’eccitazione sale, come una scarica. “Vieni, ho una saletta privata qui dietro,” mi sussurra, tirandomi per il polso. Cuore che martella, umidità tra le gambe. Lontana da casa, da tutto, nessuno mi giudica. Lo seguo, il rumore dei motori lontani in sottofondo.
Il Ritardo al Volo e lo Sguardo che Brucia
La porta si chiude, clic metallico. Mi spinge contro il muro, labbra sulle mie, lingua che invade, sapore di rum e sale. Mani ovunque, slaccia il mio abito, che scivola giù. Sono in perizoma nero e reggiseno, capezzoli duri. “Sei una troia vogliosa, eh?” ringhia, e io gemo sì. Mi gira, mi abbassa le mutande, dita nella fica bagnata. “Puttana, sei fradicia.” Le infila dentro, due, tre, mi fa piegare. Io ansimo, “Fottimi, ti prego.” Ride, mi schiaffeggia il culo, lascia il segno rosso sulla pelle ancora calda di sole.
Mi mette in ginocchio sul tappeto morbido, sfila il cazzo dal pantaloni: grosso, venoso, cappella gonfia. “Apri la bocca, zoccola.” Lo prendo, lingua che gira sul glande, succhio forte, gusto il suo presperma salato. Mi afferra i capelli, me lo sbatte in gola, “Brava, ingoia tutto.” Tiro fuori la lingua, lui ci sputa sopra, saliva che cola sul mio mento. Mi incula la bocca, cazzo che pulsa, io soffoco ma non smetto, eccitata da morire. “Sei la mia puttana stasera,” dice, tirandomi su per i capelli.
La Scopata Furiosa nella Camera Privata
Mi butta sul divano in pelle, freddo contro la schiena sudata. Mi lega i polsi con la sua cravatta, stretta. Allarga le cosce, lecca la fica, lingua sul clito che mi fa tremare. “Goccioli come una fontana.” Poi il cazzo entra, di colpo, mi spacca in due. Urlo, “Sì, scopami forte!” Lui pompa, colpi violenti, palle che sbattono sul mio culo. Mi stringe la gola, “Dimmi chi sei.” “La tua troia,” ansimo. Mi gira a pecorina, mi sbatte, mano sul collo come una catena. Clim gelida, sudore che cola, odore di sesso nell’aria.
Vengo urlando, fica che si contrae sul suo cazzo, onda di calore che mi travolge. Lui non smette, “Adesso ti riempio.” Qualche colpo, si irrigidisce, sborra dentro, caldo, abbondante, cola fuori dalle mie labbra gonfie. Mi bacia, mordendomi il labbro, “Brava ragazza.”
Ci rivestiamo in fretta, lui sparisce prima. Io torno al gate, gambe molli, fica che pulsa ancora, sapore di lui in bocca. Volo decolla, guardo il mare dall’oblò, ricordo ogni spinta, ogni schiaffo. Anonimi per sempre, solo un’urgenza di piacere in transito. Dio, che libertà.