La Mia Notte Selvaggia con i Masai al Lodge di Tsavo
Ero in Kenya con mio marito per un safari indimenticabile. L’aereo da Milano atterrato a Nairobi, quel calore umido che ti avvolge subito la pelle. Poi la pista rossa verso Tsavo, polvere ovunque, il rombo del 4×4 che vibra sotto il culo. All’ingresso del parco, il nostro autista ci lascia al parcheggio per i biglietti. Io scendo, gonna kaki corta che mi sale sulle cosce, top beige aderente, cappello da ranger. I bambini mi inseguono ridendo.
Entro nella boutique di legno scuro, odore di spezie e resina che pizzica il naso. Sculptures dappertutto, masai alti e magri che ci circondano. Un giovane, Awa, mi prende per mano. ‘Bella signora italiana, guarda qui.’ Mi mostra una statua di un masai con un cazzo che pende fino al ginocchio. Lo solleva il perizoma di legno, ride forte. ‘È me!’ Io arrossisco, ma sento un calore tra le gambe. Lui mi fissa, occhi neri profondi. ‘Tua figa è come questa?’ sussurra. Tensione elettrica, il cuore batte forte. Promettiamo di tornare al lodge.
L’Incontro Casuale all’Ingresso del Parco
La giornata è magica: elefanti, leoni, il sole che brucia la pelle. Al lodge, tende lussuose con aria fresca dalla clim, cocktail all’ibisco gelato. Mi cambio: vestitino bianco trasparente, no reggiseno, perizoma di pizzo. Mio marito sotto la doccia, io vado alla reception. ‘Signora, il masai Awa ti aspetta per la scultura.’ Cuore in gola, cammino scalza sulla sabbia calda, rumori di animali nella boscaglia.
Arrivo all’atelier, luci fioche, musica tribale. Mi spoglio nuda sull’estrade drappeggiata di rosso. Il padre di Awa, Rhodi, mi posiziona: mano su coscia, altra dietro la nuca. Tette dritte, fica rasata esposta. Loro sorridono, cazzi duri nei pantaloni. ‘Bellissima gazella bianca,’ dice Awa. Io sudo, eccitata dall’urgenza: domani si parte per Amboseli. Lontana da casa, nessuno mi giudica. Poso ore, corpi neri intorno, mani che sfiorano ‘per aggiustare la posa’.
Notte fonda. Mio marito dorme, io ancora lì. Rhodi tra le mie gambe, cazzo spesso che mi riempie piano. ‘Ah… sì, più profondo,’ gemo. Sbuffa sudore salato sulla mia pelle. Viene con un ruggito, preservativo pieno. Un altro lo sostituisce, mi lecca la fica bagnata di umori, poi mi scopa duro, tette che rimbalzano. ‘Cazzo, che fica stretta!’ grida. Io vengo urlando, gambe tremanti. La poubelle straripa di gomme usate. Awa mi guarda, cazzo mostruoso che penzola.
La Passione Esplosiva nell’Atelier
‘La tua gazella ha fame,’ ride. Mi sdraio, fica aperta e gocciolante. Awa si spoglia: verga curva, lunga come un braccio, vene pulsanti. La strofina sulla mia fessura, lubrifica con i miei succhi. ‘Prendilo tutto, puttana italiana.’ Entra piano, centimetro per centimetro, mi spacca in due. ‘Dio… è enorme… non ce la faccio!’ ansimo, ma mi inarco. Mani ovunque: pizzicano capezzoli, dita in bocca, sul clito. Lui pompa, metà cazzo fuori, io squirto come una fontana. ‘Sborrami dentro!’ urlo, persa. Lui accelera, muscoli tesi, mi inonda di sborra calda, senza gomma. Ondate di orgasmi, corpi sudati che scivolano.
Esausta, coperta di sperma e sudore, Awa mi chiama ‘dea’. Artigiani applaudono. Mio marito arriva, mi porta via nuda tra risate. Al bungalow, mi lava tenero. ‘È stato incredibile,’ sussurro.
Il mattino dopo, in 4×4 verso Amboseli, pista rossa che sobbalza. Sorrido ripensando: quel cazzo infinito, i gemiti animaleschi, l’anonimato totale. Lontano da Italia, tutto permesso. Nessuno saprà mai. Solo un ricordo torride che mi bagna ancora.